Recensione di Claudio Fiorentini

Occorrerebbe vedere gli ingredienti principali per capire a che punto siamo arrivati. L’uomo, un animale che ha perso il controllo di se stesso, una volta mangiava per fame, ora lo fa per diletto. La gastronomia è un’invenzione della sazietà, non certo un bisogno fisico. Nel cibo ci mettiamo il vissuto, l’esperienza, la gioia e la passione. Nel mangiare, che in fondo è un processo di trasformazione del cibo, ci mettiamo l’anima, solo la nostra, non certo quella di chi o di cosa c’è dietro: fatica, lavoro, sfruttamento delle terre, alienazione degli animali, crudeltà, noncuranza, violenza… ma… quanto sono buoni i tortellini. Li mangi e non pensi che il bestiame macellato per farcire la pasta ha vissuto in stalle minuscole, non pensi che per coltivare il grano sono stati deforestati ettari di terra… pensi solo al piacere effimero del gusto.
Così, proponendo un concorso letterario dove gli autori devono parlare di cibo, le curatrici hanno scavato nella più bestiale delle funzioni del corpo umano: alimentarsi.
L’aspetto più interessante delle risposte contenute in questa raccolta, è che la maggioranza dei racconti ha come ingrediente principale la nostalgia, si parla spesso di sapori andati e poco di un piacere attuale. Si parla di nonni, di genitori, di vecchie di paese… come se solo loro sapessero cucinare… in ben pochi racconti ho trovato l’attualità, e ancor meno il piacere futuro, o la voglia di ridere. Non saremo diventati un popolo sazio e triste? Sembra che per parlare di cibo sia necessaria la nostalgia.
Sarebbe interessante fare una ricerca per capire perché ciò che dà piacere è spesso collegato a storie antiche.
Ebbene, noi autori siamo immuni alla fame. Siamo spesso sovrappeso, non abbiamo certo bisogno di antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e caffè per soddisfare le nostre ansie… eppure ne abbiamo bisogno per farci una sana (ed eccessiva) “magnata”. È un bisogno futile, e mi viene da pensare che se questi racconti fossero stati vissuti con la fame, ingrediente fondamentale che rende qualsiasi piatto gustoso, sarebbero stati meno nostalgici.
Credo che l’operazione, in sé stimolante e bellissima, possa servire da spunto per molte riflessioni di questo genere.
La nostalgia è un ingrediente ripetutamente utilizzato dagli scrittori.
Non dico che non sia ben motivata, gli scritti sono pregevoli ed interessanti, ma mi chiedo perché la nostalgia.
È interessante notare che tra i racconti selezionati ci sono quelli che escono da questo schema (e Dio creò il colesterolo, C’era una volta un re… o anche Miracolo in città che parla d’amore), meritevoli per la loro qualità e bellezza, ma anche, e soprattutto per essere divertenti.
L’operazione di Emma Sponaro e Diana Sganappa merita di essere studiata e ripetuta, magari con l’aggiunta di un po’ di peperoncino.

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