Note critiche, di Massimo Chiacchiararelli

Nel vastissimo panorama dei premi letterari italiani, per geniale intuizione di due grandi amiche, Emma Saponaro e Diana Sganappa, il 2013 ci ha regalato la nascita di “Parole di Pane”, un concorso particolare dedicato esclusivamente al cibo e al suo elemento principe che è alla base dell’alimentazione di ogni popolo e cultura: il pane.
Nella loro nota introduttiva, si rappresentano golose, cibo-dipendenti, profonde intenditrici dell’arte culinaria, drogate del piacere che un buon piatto possa dare al corpo e allo spirito e, soprattutto, consapevoli che “il cibo, nella sua primaria accezione, è forza viva per il fisico e la mente. Impossibile farne a meno, è innegabile; …il cibo è piacere già nella scelta degli ingredienti giusti…il cibo è gusto”, ma hanno dimenticato di dirci che il cibo è poesia. Fortunatamente hanno rimediato a tale manchevolezza regalandoci questo originale premio, che già alla sua prima edizione  ci ha mostrato i segni che l’uomo non è ancora completamente assoggettato al materialismo, edonismo, egotismo odierni, al “carpe diem” oraziano, ma ha ancora qualcosa di buono dentro, ha ancora tanta voglia di fare, dare e conservare i prodromi della spiritualità del proprio alter ego, della propria origine, delle usanze, dei costumi e gusti atavici.
Nella maggioranza dei racconti, infatti, ho riscontrato che gli autori non hanno fatto altro che riaprire dimenticati cassetti della memoria, dove avevano conservato gli odori (buoni, cattivi, gradevoli, acuti, penetranti, dolci, nauseanti) e i sapori di cibi legati alle vecchie tradizioni popolari, proponendoci anche le ricette e il modo di preparazione, facendo così riemergere l’identità culturale e spirituale del proprio luogo di origine. In poche parole, il tempo assume una rilevanza imprescindibile e i racconti raccontano (scusate il gioco di parole) il singhiozzare del tempo sul filo dei giorni che diventano antichi. E proprio per questo il tempo è antico e tutto sembra trascorrere in alterne visioni. C’è poi un senso di attesa che si trasforma in sentimento e permette di coagulare la memoria con il passato e il futuro e questo, soprattutto, grazie alla potenza del cibo che sempre, in ogni epoca, nel bene e nel male ha fatto dolce la fatica. In sintesi, è un viaggio a ritroso nel tempo intrapreso dagli autori non solo per la ricerca della propria identità, ma anche allo scopo di recuperare per se e gli altri, attraverso frammenti di vita personale e spaccati di una vecchia società in evoluzione, quella morale che ricompatti questa società assolutamente egoistica e priva di ogni sintomo di coscienza umana, per cui l’uomo si ritrova ad essere nudo di ogni atavico sentimentalismo, che pure aveva valorizzato e traslato nella propria esistenza.
Tutti i racconti partecipanti al premio meriterebbero un’analisi dettagliata e non me ne vogliano gli autori esclusi se, per esigenze di spazio e stampa, mi limiterò a qualche considerazione relativamente ai soli premiati. Agli autori in toto va il mio plauso, unitamente alle organizzatrici e alla giuria, per la partecipazione e per l’impegno profuso nel raccontarci le loro storie, le quali, comunque, hanno raggiunto lo scopo di mantenere viva la nostra attenzione, tanto che siamo giunti alla determinazione di premiare indistintamente tutti gli autori con la pubblicazione di questa antologia.
Passando in rassegna i racconti premiati, iniziamo da “E Dio creò il colesterolo” di Paolo Slavazza. E’ una divertentissima e originale rivisitazione, tra sacro e profano,  dell’episodio biblico della creazione dell’essere umano e della sua collocazione in un Eden stracolmo di…specialità culinarie toscane. La vicenda è  narrata con sottile umorismo e anche ironia socratica con morale finale: il colesterolo viene a chi vive nell’abbondanza e nel benessere.

In “Miracolo in città” di Teresa Fiani c’è la sublimazione dell’amore. Il panettiere che dona un panino ad un barbone e poi decide di regalare la sua produzione di pane alla gente affamata, ci offre riflessi emozionali unici facendoci interrogare sul nostro orizzonte ormai privo d’amore.

Ne “La polenta” di Lucio Freni il protagonista torna al paese natio, abbandonato e pericolante, per trascorrere un’ultima notte nella casa atavica, prima che questa venga da lui stesso demolita, insieme alle altre, per far posto ad un centro residenziale. La rivisitazione mnemonica dei ricordi della propria infanzia lo fanno cadere in un profondo e obliante sonno, da cui viene risvegliato dall’intenso odore della polenta che metteva a fare il nonno. Seguendone la scia, esce dalla casa proprio nel momento in cui crolla il tetto della casa ed ha salva la vita, quasi a simboleggiare che i ricordi sono il crogiolo sul quale l’uomo può continuare a costruire la propria esistenza.

“Rose a dicembre” di Sabrina S. Parlare di un grande amore perduto per sempre (il marito partito per la guerra il giorno stesso del matrimonio e mai tornato), a volte può farci cadere nella retorica, ma per Sabrina S. è vivere in un mondo lirico di oblio, generativo di piacevoli immagini, emozioni percettive e speranze di orizzonti sereni, simboleggiati dal dolce “Pitta’nchiusa” a forma di bouquet di rose, che la zia Rosina ogni anno impasta la vigilia di Natale, a ricordo del suo triste matrimonio.

“Nonna Marietta” di Marina Rastrello. Se ciascuno di noi potesse rileggere il libro della propria vita con la sensibilità dell’autrice, si potrebbe tutti insieme creare il capolavoro di una…vita d’amore.

“C’era una volta un Re” di Cinzia Chitarrini. I personaggi delle favole più famose vengono convocati da Pinocchio, tramite “Social Network” all’osteria del Gambero Rosso per un grandioso pasto, che alla fine non pagano per generale fuga precipitosa. Divertente rivincita di personaggi fantastici che hanno riempito i giorni della nostra infanzia, insegnandoci una moralità ormai perduta.

“Erbe e magia” di Nicolino Caprini. Ancora una volta un flash-back a ritroso nel tempo per riportarci alla semplice vita dei campi, al focolare domestico dove la nonna borbottava col nonno e ci raccontava favole assurde di maghi e streghe che terminavo bruscamente quando aveva finito di cucinare. Racconto nostalgico ma piacevole e lirico in alcuni passaggi.

“Casunziei” di Gemma  Piccin. I casunziei sono ravioli a forma di mezzaluna, ripieni di un impasto a base di rape rosse, conditi con burro fuso, semi di papavero e ricotta affumicata tipici del nord Italia, soprattutto nell’arco Trentino-Alto Adige/Veneto. Gemma, in un tessuto narrativo stilistico essenziale, ci racconta come nacquero.

“Le trote del Titicaca” di Daniela Silvestri. Pagina di diario di un viaggio sulle Ande peruviane per esaltare il matrimonio perfetto tra le trote del Lago Titicaca, gli ortaggi peruviani, le arance e lo squisito e inconfondibile olio della Tuscia. Messaggio promozionale? Una volta tanto diamo parola ai nostri succhi gastrici ed esaltiamo gli insuperabili prodotti italiani!

“Salami di ieri e di oggi” di Stefano Pisani. I giovani di oggi non hanno avuto la fortuna di leggere “Il Corriere dei Piccoli” dove, tra le varie storie, prendevano forma personaggi dell’orto (pomodori, cipolle, cetrioli, ecc), del mondo animale e dei suoi derivati, come appunto il salame, a cui l’autore fa dire:”rendevo piccoli e grandi partecipi di un mondo surreale e fantastico, dove l’ingenuità del bambino e l’ironia dell’adulto si sublimavano tramite la mia intrinseca suinità”. Racconto premiato per originalità e stile.

“Come la conquistai” di Tiziano Nobile. A volte c’innamoriamo follemente di una persona ma non troviamo il coraggio di dichiararci. Che fare? Basta una folgorazione magmatica e tutto sarà stravolto: lo/la prenderemo per la gola (speriamo solo non sia anoressico/a)! L’autore ci ha regalato una piacevolissima  e coinvolgente pagina dove si evidenzia che l’incredibile, molto spesso, è così evidente da risultare utopico.

“Lo scienziato” di Giovanni Piazza. Sul sentiero della vita, costellato di egoismo, indifferenza, divisioni, classificazioni non possiamo rimanere inermi ma dobbiamo scandagliare ove più possibile il proprio alter ego, per costruirci addosso l’abito perfetto per vivere nel miglior modo possibile la vita nella realtà sociale di cui siamo elementi essenziali.

A conclusione di questo breve intervento, permettetemi di aprire il libro dei ricordi e tornare a quando, nell’altro secolo (era il 1953), frequentavo la quinta elementare e il maestro ci fece imparare a memoria una poesia dedicata al pane. Non so perché, ma è stata l’unica che ho sempre ricordato. Sarà per il contenuto, le atmosfere, i profumi che risvegliava in me o cos’altro? Io ve la propongo e lascio a voi le conclusioni.

IL PANE

Pane, ti spezzan gli umili ogni giorno,
lieti se già non manchi alla dispensa.
A lor quale più sacra ricompensa
Di te, che giungi fervido dal forno?
Come biondeggi al desco disadorno,
così tra vasi d’oro; in te si addensa
ogni ricchezza, e la più bella mensa
di tua ruvida veste non ha scorno.
Figlio del sole, tu ne porti un raggio
in ogni casa, e a chi di te procaccia
onestamente, illumini la fronte.
Ma più risplendi, quando nel viaggio,
stanco, il mendico dalla sua bisaccia
ti trae, sedendo al margine di un fonte.

(Francesco Pastonchi)

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